Il razzismo «senza razza»


Ques­to arti­co­lo è sta­to pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta nel nume­ro 44 di TANGRAM, la rivis­ta del­la Com­mis­sio­ne federa­le con­tro il raz­zismo CFR.


Com’è che la raz­za, nono­stan­te sia div­en­ta­ta un tema inde­s­i­de­ra­to e qua­si inno­mina­bi­le, con­ti­nua a tutt’oggi a pro­dur­re signi­fi­ca­ti e ger­ar­chiz­za­zio­ni tra esse­ri uma­ni? Come fun­zio­na ciò che la teo­ria cri­ti­ca del­la raz­za chia­ma la «racel­ess­ness»?

Dal­la fine del­la Secon­da guer­ra mon­dia­le, gli Sta­ti nazio­na­li euro­pei si sono dota­ti di un arse­na­le giurid­ico e di poli­ti­che di lot­ta con­tro il raz­zismo. Eppu­re, il raz­zismo per­sis­te in tut­te le sue for­me. Secon­do diver­si stu­di recen­ti del­la teo­ria cri­ti­ca del­la raz­za, ques­ta per­sis­ten­za si spie­ga in par­te con il tabù del­la raz­za, il desi­de­rio col­let­tivo con­di­vi­so in Euro­pa di lasci­ar­si «alle spal­le» la sto­ria del­la raz­za. Ques­to desi­de­rio si rin­no­va cos­tan­te­men­te nel­le sfe­re isti­tu­zio­na­li, nel dibat­ti­to pub­bli­co e nei rap­por­ti inter­per­so­na­li arri­v­an­do a for­ma­re un qua­dro che nor­ma i nos­tri modi di evo­ca­re la raz­za che la let­te­ra­tu­ra chia­ma racelessness.

Dif­fi­cilm­en­te tra­du­ci­bi­le, il ter­mi­ne racel­ess­ness rin­via a un’ambivalenza, a una pre­sen­za-assen­za del­la raz­za. La teo­ria cri­ti­ca del­la raz­za uti­liz­za ques­to ter­mi­ne per illus­tra­re il qua­dro di rife­r­i­men­to domi­nan­te nei con­tes­ti dell’Europa occi­den­ta­le, che nor­ma il modo in cui la raz­za può esse­re evo­ca­ta sui pia­ni verbale/testuale, visi­vo ed affet­tivo. In alt­re paro­le, che det­ta ciò che gli indi­vi­dui, i grup­pi e le isti­tu­zio­ni posso­no per­met­ter­si o al con­tra­rio vie­tar­si quan­do si trat­ta di noti­fi­ca­re, dire, scri­ve­re, mostra­re e sen­ti­re la raz­za. Vis­to che ren­de dif­fi­ci­le lot­t­a­re in modo effi­cace con­tro il raz­zismo, la racel­ess­ness con­tri­buis­ce a pro­dur­re un raz­zismo «sen­za razza».

Basan­do­mi sui princi­pa­li stu­di dedi­ca­ti alla racel­ess­ness e al raz­zismo «sen­za raz­za» in Euro­pa e in Sviz­ze­ra [1], esami­no inn­an­zi­tutto ciò che la racel­ess­ness vieta/permette di dire per poi dis­cu­te­re di ciò che vieta/permette di mostra­re e sen­ti­re. L’obiettivo è dimostra­re che è l’interazione tra ciò che non si dice, ma si vede e si sen­te a far per­sis­te­re il raz­zismo «sen­za razza».

La razza non si nomina

Ovun­que nell’Europa con­ti­nen­ta­le, il desi­de­rio di far scom­pari­re la raz­za si mani­fes­ta in un tabù ver­ba­le mol­to for­te, un sen­ti­men­to con­di­vi­so di non ricor­re­re a un voca­bo­la­rio raz­zia­le. Ques­to tabù riguar­da gli insul­ti raz­zi­sti e i dis­cor­si e i sim­bo­li di odio raz­zia­le che la leg­ge reprime da alcu­ni decen­ni (Gri­go­lo, Her­ma­nin e Möschel, 2011; Naguib, 2016). Il suo peri­me­tro, tut­ta­via, non si limi­ta al solo dis­cor­so vio­len­to: vie­ta anche il ricor­so a un voca­bo­la­rio espli­ci­tamen­te raz­zia­le che alcu­ni atto­ri o isti­tu­zio­ni vor­reb­be­ro uti­liz­za­re a fini descrit­ti­vi o di resis­ten­za al raz­zismo. La racel­ess­ness fa appari­re imba­raz­z­an­te il fat­to di carat­te­riz­za­re sé stes­si o alt­ri come «neri» o «bian­chi». Ques­to tabù può addi­rit­tu­ra pena­liz­za­re chi si avva­le del voca­bo­la­rio raz­zia­le per lot­t­a­re con­tro il razzismo.

Ren­den­do mor­alm­en­te inop­por­t­u­no il ricor­so ver­ba­le e scritto alle cate­go­rie raz­zia­li, la racel­ess­ness spin­ge gli indi­vi­dui e le isti­tu­zio­ni a pri­vi­le­gia­re un voca­bo­la­rio vago o codi­fi­ca­to per evo­ca­re real­tà influ­enz­a­te da rap­por­ti di pote­re raz­zia­liz­za­ti. Così, si pre­fe­ris­ce parl­a­re di «per­so­ne stra­nie­re», di «per­so­ne con retro­ter­ra migra­to­rio» o di «diver­si­tà» piut­tos­to che uti­liz­za­re espres­sio­ni più espli­ci­te come «per­so­ne di colo­re», «per­so­ne raz­zia­liz­za­te» o anco­ra «min­oran­za nera». Ques­to tabù ha anche l’effetto di ren­de­re meno espli­ci­ta e diret­ta l’espressione ver­ba­le del raz­zismo. Oggi, la dif­fe­ren­zia­zio­ne e la ger­ar­chiz­za­zio­ne degli esse­ri uma­ni in fun­zio­ne di carat­te­ris­ti­che cosid­det­te endo­ge­ne avvie­ne attra­ver­so for­mu­le metoni­mi­che come «dif­fe­ren­za cul­tu­ra­le» o «diver­so modo di vita», che asso­cia­no idee per indi­ca­re la dif­fe­ren­za raz­zia­le sen­za ricor­re­re a cate­go­riz­za­zio­ni espli­ci­tamen­te bio­lo­giz­zan­ti [2].

Il desi­de­rio di eli­mi­na­re la raz­za dal­la sfe­ra del dici­bi­le si mani­fes­ta anche attra­ver­so num­e­ro­si mecca­nis­mi di mini­miz­za­zio­ne e rela­ti­viz­za­zio­ne. Tra ques­ti, uno dei più uti­liz­za­ti è quel­lo che io chia­mo l’esternalizzazione spa­zio-tem­po­ra­le e che con­sis­te nel loca­liz­za­re la raz­za e il raz­zismo in alt­ri spa­zi. In Sviz­ze­ra, per esem­pio, capi­ta spes­so di sen­ti­re affer­ma­zio­ni come «il raz­zismo riguar­da gli Sta­ti Uniti e le perife­r­ie fran­ce­si». Par­al­lelamen­te, la raz­za e il raz­zismo ven­go­no non di rado rele­ga­ti nel pas­sa­to. Nel 2011, quan­do il celeb­re pro­f­u­m­ie­re Jean-Paul Guer­lain se ne uscì con una fra­se sul­la pigri­zia dei «n*», mol­ti cond­anna­ro­no le sue paro­le asso­ci­an­do­le a un dis­cor­so «d’altri tem­pi» (Michel, 2013).

Un’altra vari­an­te dei mecca­nis­mi di rela­ti­viz­za­zio­ne del­la raz­za è la pri­va­tiz­za­zio­ne: quan­do si veri­fi­ca un epi­so­dio raz­zista, vie­ne sì rico­no­sciu­to come tale, ma anche immedia­ta­men­te attri­bui­to sol­tan­to all’azione dell’individuo o del grup­po di indi­vi­dui – bol­la­ti come «igno­ran­ti» o «stu­pi­di» – che l’hanno com­messo. La pri­va­tiz­za­zio­ne riguar­da anche la rice­zio­ne del­le espe­ri­en­ze di raz­zismo: quan­do una per­so­na dichia­ra di esse­re vit­ti­ma di raz­zismo, subi­to l’origine del­la sua sof­fe­ren­za vie­ne asso­cia­ta alla sua per­ce­zio­ne sog­get­ti­va (e quin­di di natu­ra pri­va­ta) attra­ver­so for­mu­le come «sei trop­po sen­si­bi­le», «non esse­re para­noi­co» o «al mio ami­co nero ques­ta cosa non crea alcun pro­ble­ma». L’incessante ripe­ti­zio­ne di ques­ti mecca­nis­mi di rela­ti­viz­za­zio­ne fa sì che la raz­za e il raz­zismo ven­ga­no loca­liz­za­ti al di fuo­ri del­la vita socia­le e demo­cra­ti­ca «nor­ma­le» e «civi­liz­za­ta» e sia­no con­si­de­ra­ti un’eccezione dovu­ta all’irruzione di ele­men­ti a loro vol­ta ecce­zio­na­li come i neo­na­zis­ti o i fol­li. In una prospet­ti­va inter­se­zio­na­le, è oppor­t­u­no osser­va­re che la logi­ca secon­do cui sol­tan­to i meno istrui­ti o gli emar­gi­na­ti sono raz­zi­sti si basa su ste­reo­ti­pi di clas­se [3].

La razza si mostra

Il desi­de­rio di far scom­pari­re la raz­za reprime i rife­r­i­men­ti espli­ci­ti alla raz­za sul pia­no del dici­bi­le, ma non su quel­lo del mostra­bi­le. I codi­ci visi­vi raz­zia­liz­za­ti, ossia quel­li che asso­cia­no la non-bian­chez­za alla non-euro­pei­tà, con­ti­nua­no a esse­re pro­dot­ti e a cir­co­la­re in tut­to il con­ti­nen­te (El-Tay­eb, 2011, pag. xxiv). Gli spa­zi pub­bli­ci sono satu­ri di imma­gi­ni che re-intro­du­co­no un con­fi­ne raz­zia­le tra i cor­pi con carat­te­ris­ti­che che rin­vie­reb­be­ro a un’«europeità» natu­ra­le o «nati­va» e quel­li degli «alt­ri», let­ti come diver­si a cau­sa di un insie­me di carat­te­ris­ti­che rela­ti­ve al colo­re del­la pel­le, alla fisi­o­no­mia e alla mus­co­la­tu­ra, ma anche a presun­ti com­por­ta­men­ti e sti­li di vita (Hall, 1995). Le cam­pa­gne pub­bli­ci­ta­rie per la rac­col­ta fon­di di orga­niz­za­zio­ni uma­ni­ta­rie che most­ra­no bam­bi­ni neri pove­ri in un paesag­gio ari­do ripro­du­co­no un con­fi­ne e una ger­ar­chia tra lo spa­zio euro­peo e gli «alt­ri» spa­zi. Lo stes­so vale per i libri per bam­bi­ni che ripro­du­co­no imma­gi­ni ste­reo­ti­pa­te degli «afri­ca­ni» e degli «euro­pei» (Chet­ty, 2017; Purt­schert, 2012). Quan­do per­so­ne bian­che pra­ti­ca­no il black­face, in alt­re paro­le quan­do si dipin­go­no il vol­to di nero e indossa­no par­ruc­che afro per par­te­ci­pa­re a una fes­ta, si appro­pria­no di carat­te­ris­ti­che fisi­che raz­zia­liz­za­te per tras­gre­dire alla loro bian­chez­za. Una tale tras­gres­sio­ne è leg­gi­bi­le e com­pren­si­bi­le anche dai bam­bi­ni, che sono socia­liz­za­ti sin dal­la nas­ci­ta per capi­re qua­li carat­te­ris­ti­che indi­ca­no dif­fe­ren­zia­zio­ne e ger­ar­chiz­za­zio­ne raz­zia­le. Da quan­do è sta­ta inven­ta­ta, la raz­za infor­ma il nos­tro «occhio» che, dal can­to suo, rag­grup­pa, clas­si­fi­ca e ger­ar­chiz­za «tipi» di esse­ri uma­ni (Fanon, 1952; Hall, 2013).

Lo spetta­co­lo del­la raz­za cir­co­la negli spa­zi pub­bli­ci e domesti­ci, e cos­ti­tuis­ce una dimen­sio­ne fon­da­men­ta­le del­la nos­tra cul­tu­ra pub­bli­ca. La raz­za si (ri)mostra attra­ver­so i film, i libri, le rivis­te, la musi­ca, le fan­ta­sie, i social o anco­ra i beni di con­su­mo e la pub­bli­ci­tà, segn­an­do alcu­ne per­so­ne con il mar­chio del­la dif­fe­ren­za raz­zia­le. Per ques­te ulti­me, ques­ta inva­sio­ne visi­va ha pesan­ti riper­cus­sio­ni. I loro cor­pi ven­go­no let­ti secon­do sche­mi di inter­pre­ta­zio­ne pre­con­cet­ti ed estre­ma­men­te fis­si, che li asso­cia­no a ogget­ti sen­za voce da con­sum­a­re, a imma­gi­ni eso­ti­che ses­sua­liz­za­te da con­tem­pla­re o anco­ra a minac­ce da con­te­ne­re. Così, l’incessante cir­co­la­zio­ne del­lo spetta­co­lo del­la raz­za pro­du­ce pro­fi­li pre­de­ter­mi­na­ti con i qua­li le per­so­ne mar­ca­te dal­la dif­fe­ren­za raz­zia­le ven­go­no abborda­te e si vedo­no pre­clu­de­re la pos­si­bi­li­tà di co-cos­trui­re i vari sce­n­a­ri socia­li e inter­per­so­na­li nei qua­li si ritro­va­no. Per cita­re due esem­pi ben docu­men­ta­ti tra i tan­ti: un uomo nero che giron­zo­la in un paesag­gio urba­no non può che esse­re uno spac­cia­to­re, ment­re una don­na nera che par­te­ci­pa a una fes­ta con i suoi capel­li afro sciol­ti non può che esse­re «dis­pos­ta» a far­se­li toccare.

La razza si mostra, ma non si nomina

Quan­do si mos­tra, la raz­za si fa sen­ti­re e capi­re. Tut­ta­via, gli auto­ri di rappre­sen­ta­zio­ni che par­te­ci­pa­no allo spetta­co­lo inva­si­vo del­la raz­za non rico­no­sco­no espli­ci­tamen­te la dimen­sio­ne raz­zia­liz­za­ta dei loro ogget­ti o del­le loro per­for­mance visi­ve. Accu­sa­ti di raz­zismo, accom­pa­gna­no le imma­gi­ni da loro pro­dot­te con dis­cor­si di dis­co­no­sci­men­to o di inno­cen­za come «ques­to car­tel­lo­ne non ha nul­la a che vede­re con la raz­za» nel caso di pub­bli­ci­tà raz­ziste, o «è un’usanza festo­sa, non inten­do esse­re raz­zista», «sto scher­z­an­do, smet­te­te­la di vede­re il raz­zismo ovun­que» nel caso dei ritua­li black­face, o anco­ra «io non vedo i colo­ri, c’è solo una raz­za uma­na» nel caso di accu­se di discri­mi­na­zio­ne razziale.

La racel­ess­ness si basa quin­di su uno sno­do para­dos­sa­le tra il dici­bi­le e il mostra­bi­le: la raz­za si mos­tra e si capis­ce bene sul pia­no visi­vo, ma ques­ta intel­li­gi­bi­li­tà è pron­ta­men­te scon­fes­sa­ta sul pia­no del dis­cor­so tra­mi­te for­mu­le che asse­ris­co­no di non aver mai vis­to o di non aver mai mostra­to la raz­za. Insom­ma, la racel­ess­ness fun­zio­na attra­ver­so una comp­les­sa com­bi­na­zio­ne di codi­ci visi­vi e ver­ba­li che tabuiz­za la dici­bi­li­tà del­la raz­za facen­do­la però per­sis­te­re sia nel suo signi­fi­ca­to sia nei suoi effet­ti razzisti.

Ben­ché carat­te­riz­zi l’intero con­ti­nen­te euro­peo, la racel­ess­ness varia secon­do i con­tes­ti. Negli ex impe­ri colo­nia­li come la Fran­cia, il Bel­gio o i Paesi Bas­si, la nega­zio­ne tota­le del­la raz­za non è pos­si­bi­le. Ques­ti con­tes­ti genera­no un mag­gi­or nume­ro di mecca­nis­mi di affer­ma­zio­ni spa­zio-tem­po­ra­li del tipo «la raz­za c’era pri­ma, ma l’abbiamo supera­ta» o «la raz­za c’era soprat­tut­to nei nos­tri ter­ri­to­ri colo­nia­li, qui c’è semp­re sta­ta la demo­cra­zia». Dato che non ha mai for­malm­en­te pos­se­du­to colo­nie, la Sviz­ze­ra è carat­te­riz­za­ta da un’amnesia colo­nia­le mol­to for­te. Si con­si­de­ra inf­at­ti un’entità ecce­zio­na­le che, attra­ver­so una neu­tra­li­tà atti­va, ha sapu­to pro­teg­ger­si dal­le poli­ti­che raz­ziste e fascis­te del res­to del­le nazio­ni euro­pee (Purt­schert, Lüthi e Falk, 2012, pag. 52). Così, la racel­ess­ness alla sviz­ze­ra riman­da non tan­to al desi­de­rio di far scom­pari­re la raz­za quan­to alla con­vin­zio­ne che non ci sia mai stata.

Il razzismo persiste

Poi­ché nel­la con­ce­zio­ne domi­nan­te del­la racel­ess­ness la «raz­za» non ha o non ha più una sto­ria, le espe­ri­en­ze e i rac­con­ti del­le vit­ti­me diret­te del raz­zismo div­en­ta­no dif­fi­ci­li da sen­ti­re, com­pren­de­re o per­ce­pi­re. In un regime di racel­ess­ness, cer­ca­re di dis­cu­te­re gli effet­ti vio­len­ti del raz­zismo equi­va­le a voler rom­pe­re un tabù, a inter­rom­pe­re il desi­de­rio col­let­tivo ege­mo­ni­co col­ti­va­to sin dal­la fine del­la Secon­da guer­ra mon­dia­le. La racel­ess­ness pro­du­ce una ger­ar­chiz­za­zio­ne del­le paro­le. Negli spa­zi pub­bli­ci un uomo bian­co del­la clas­se medio-alta che par­la di raz­zismo con un voca­bo­la­rio dist­ac­ca­to ed evas­i­vo è più udi­bi­le e credi­bi­le di una don­na nera del­la clas­se popola­re che usa un voca­bo­la­rio espli­ci­to per parl­a­re del­le sue espe­ri­en­ze e il cui cor­po ten­de ad esse­re let­to come ogget­to – e non sog­get­to – di cono­s­cen­ze collettive.

La racel­ess­ness (ri)produce anche un’asimmetria affet­ti­va. Il raz­zismo pro­vo­ca emo­zio­ni come rab­bia, pau­ra, tris­tez­za e ansia. Ma l’espressione di ques­te emo­zio­ni da par­te del­le per­so­ne diret­tamen­te col­pi­te dal raz­zismo div­en­ta ille­git­ti­ma per­ché fa rife­r­i­men­to a una tema­ti­ca, quel­la del­la raz­za, di cui non biso­gna parl­a­re. Al con­tra­rio, la racel­ess­ness legit­ti­ma i bian­chi a espri­me­re irri­ta­zio­ne, fas­ti­dio o ner­vo­sis­mo di fron­te alle emo­zio­ni dei non-bian­chi che tur­ba­no il desi­de­rio di tene­re lon­ta­na la ques­tio­ne razziale.

Per un antirazzismo «con razza»

Per com­bat­te­re il raz­zismo biso­gna pot­er­lo (ri)conoscere. La racel­ess­ness con­tri­buis­ce alla per­sis­ten­za del raz­zismo per­ché ne reprime la vera cono­s­cen­za e il vero rico­no­sci­men­to. Dall’istituzionalizzazione del raz­zismo duran­te la schia­vi­tù e il colo­nia­lis­mo, le per­so­ne inqua­dra­te nell’inferiorità raz­zia­le han­no svi­luppa­to regis­tri alter­na­ti­vi di evo­ca­zio­ne del­la raz­za per resis­te­re ai suoi effet­ti vio­len­ti e for­mu­la­re princi­pi di libe­ra­zio­ne e di giu­s­ti­zia socia­le. Nel momen­to in cui scri­vo ques­to tes­to, nell’estate del 2020, uno di ques­ti regis­tri alter­na­ti­vi si fa sen­ti­re, vede­re e avver­ti­re nel­la mag­gi­or par­te del­le città euro­pee attra­ver­so le mobi­li­ta­zio­ni per le vite dei neri. Quan­do riaf­fer­ma­no ver­balm­en­te nei loro slo­gan e tes­tu­alm­en­te sui loro stri­scio­ni che le vite dei neri con­ta­no, i mani­fes­t­an­ti ren­do­no udi­bi­le un voca­bo­la­rio raz­zia­le espli­ci­to. Quan­do met­to­no in sce­na nel­lo spa­zio pub­bli­co i loro cor­pi neri per espri­me­re le loro richies­te poli­ti­che anti­raz­ziste, pro­du­co­no un con­tro-spetta­co­lo e un con­tro-sce­n­a­rio del­la raz­za nel qua­le i neri sono auto­ri del­le pro­prie rappre­sen­ta­zio­ni visi­ve e nar­ra­ti­ve. Quan­do ingi­noc­chia­ti a ter­ra pro­pon­go­no 8 minu­ti e 46 secon­di di silen­zio, pro­du­co­no e legit­ti­ma­no uno spa­zio col­let­tivo e pub­bli­co per le loro emo­zio­ni di lut­to e di rab­bia [4].

Tan­to il movi­men­to Black Lives Mat­ter che la teo­ria cri­ti­ca del­la raz­za ci insegna­no che le socie­tà euro­pee, anzi­ché repri­me­re la ques­tio­ne del­la raz­za, dov­reb­be­ro age­vo­la­re l’emergere di spa­zi di cono­s­cen­za e rico­no­sci­men­to di ques­to feno­me­no incen­tra­ti sul­le per­so­ne che vivo­no il raz­zismo quo­ti­di­a­na­men­te. L’antirazzismo non può esse­re attua­to sen­za com­bat­te­re la racel­ess­ness, ossia la cos­tan­te ripro­du­zio­ne del­lo spetta­co­lo pron­ta­men­te scon­fes­sa­to dell’alterizzazione e dell’inferiorizzazione raz­zia­le. Ques­ta lot­ta si svol­ge sia sul ter­re­no di ciò che può esse­re det­to sia su quel­lo di ciò che può esse­re mostra­to e sen­ti­to. Ed è attin­gen­do alla lun­ga sto­ria intel­let­tua­le, poli­ti­ca e artis­ti­ca dei grup­pi raz­zi­alm­en­te min­o­riz­za­ti che si tro­va­no gli esem­pi più crea­ti­vi ed effi­caci di anti­raz­zismo «con raz­za», ovvero for­me di evo­ca­zio­ne cri­ti­ca del­la raz­za che inve­ce di rin­ne­gar­ne la real­tà sto­ri­ca e socio­po­li­ti­ca cerca­no di inter­rom­per­ne gli effet­ti violenti.

 


[1] Ques­to tes­to liber­a­men­te tra­dot­to dal tedes­co ripren­de, modi­fi­can­do­la, la sezio­ne dedi­ca­ta alla racel­ess­ness in Michel (2019) e si basa princi­palm­en­te su Gold­berg (2009), El-Tay­eb (2011), Michel (2015), Purt­schert, Lüthi e Falk (2012), Lavan­chy (2015) e Bouli­la (2019).

[2] Riguar­do all’emergere di quel­lo che i teo­ri­ci del­la raz­za e del raz­zismo desi­gna­no con i ter­mi­ni di «neo­raz­zismo» o di «raz­zismo cul­tu­ra­le», cfr. Bali­bar (2007 [1988]), Solo­mos e Back (1996), Michel e Hon­eg­ger (2010).

[3] L’approccio inter­se­zio­na­le tiene con­to degli effet­ti inte­rat­ti­vi dei diver­si assi di pote­re come la raz­za, il gene­re, la ses­sua­li­tà, la clas­se e il validismo.

[4] 8 minu­ti e 46 secon­di è il tem­po duran­te il qua­le, il 26 mag­gio 2020, a Min­nea­po­lis, un poli­ziot­to bian­co ha ten­uto bru­talm­en­te pre­mu­to il ginoc­chio sul col­lo di Geor­ge Floyd pro­vo­can­do­ne la mor­te per asfis­sia. In segui­to a ques­to epi­so­dio le mani­fes­ta­zio­ni per le vite dei neri si sono inten­si­fi­ca­te in tut­to il mondo.


Rife­r­i­men­ti bibliografici:

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