Spazi in cui vivere, per tutti

Le persone vivono in spazi prestabiliti, ma che possono contribuire a plasmare. La pandemia di Covid-19 ha dimostrato quanto siano fondamentali gli spazi abitativi, soprattutto per i gruppi ai margini. A questa conclusione sono giunti due progetti del Programma nazionale di ricerca «Covid-19 in der Gesellschaft» (Covid-19 nella società) (PNR 80).

Terminata una pandemia è come se ci si ritrovasse a ridosso di un’altra. La pandemia di Covid-19 ha colpito duramente la Svizzera tra il 2020 e il 2022. Non tutti sono riusciti a sfuggire ai pericoli legati alla pandemia allo stesso modo; alcune persone sono state particolarmente esposte: oltre agli anziani, i lavoratori a basso reddito e i giovani. Poiché i pericoli non erano, come si è scoperto in seguito, solo di natura epidemica. Incombevano le minacce di isolamento, depressione e precarietà, nonostante il sostegno dello Stato.

Le misure di protezione adottate dalle autorità hanno ignorato alcuni gruppi o addirittura prodotto l’effetto contrario, esponendo le persone invece di proteggerle. Questo non è avvenuto per mancanza di buona volontà o per malafede, bensì per scarsa conoscenza delle realtà e degli spazi abitativi. Questi ultimi sono molto più che semplici forme geometriche e parametri. Si tratta di una conclusione a cui sono giunti gli scienziati del Programma nazionale di ricerca «Covid-19 in der Gesellschaft» (Covid-19 nella società) (PNR 80).

«Restate a casa, salvate vite umane!»: questo è stato uno dei primi appelli rivolti alla popolazione dall’Ufficio federale della sanità pubblica. Ha avuto effetti diversi su coloro che lo hanno seguito. Chi ha potuto passare al lavoro da casa, chi possedeva una casa propria o magari anche una casa per le vacanze, era al sicuro e a proprio agio. Alcuni giovani, invece, si sono ritrovati per settimane da soli o con fratelli e sorelle nella loro stanzetta. E con smartphone e laptop.

«All’inizio i giovani non lo consideravano un problema, potevano dormire fino a tardi e avevano più tempo per sé stessi», afferma Anke Kaschlik dell’Università di Scienze Applicate di Zurigo. «Col passare del tempo, però, l’isolamento ha cominciato a pesare. Sentivano la mancanza degli amici, e anche dell’interazione a scuola». Anke Kaschlik è ricercatrice urbana presso l’Institute of Diversity and Social Integration (Istituto per la diversità e la partecipazione sociale). Nel PNR 80 ha diretto il progetto «Städtische Räume für Jugendliche» (Spazi urbani per i giovani). Lei e il suo team hanno condotto workshop con delle classi delle scuole di Zurigo, parlato con più di duecento giovani ed effettuato interviste a esperti, tra cui operatori per le attività giovanili e agenti di polizia.

Parcheggi e fermate degli autobus come luoghi d’incontro per i giovani

Come dimostra lo studio dei ricercatori, per molti giovani la pandemia ha avuto un impatto profondo. Infatti, i giovani hanno bisogno di spazi pubblici accessibili da esplorare, utilizzare e fare propri. Dover restare a casa non è solo sgradevole, ma limita anche il loro sviluppo. «Spazi facilmente accessibili dedicati all’esperienza, al ritiro e alla libertà sono essenziali per i processi di sperimentazione, per l’espressione di sé e per l’acquisizione di indipendenza», sostiene Kaschlik.

Già in tempi normali non è facile per gli adolescenti trovare uno spazio tutto loro. Sia la pianificazione territoriale sia l’utilizzo dello spazio da parte della società spesso li ignorano. Ci sono certamente luoghi di incontro per i giovani, ma soddisfano solo una parte delle loro esigenze. Così i ragazzi e le ragazze cercano parcheggi e fermate degli autobus per stare insieme. Quando invece si ritrovano nelle aree giochi, negli orti urbani o nei parchi, spesso sorgono conflitti con gli adulti che si lamentano del rumore e dei rifiuti. Dopo le dieci di sera, i residenti chiamano subito la polizia.

Durante la pandemia la situazione è peggiorata. «I rapporti di forza nell’uso dello spazio si sono nuovamente spostati a sfavore dei giovani, poiché le loro esigenze sono state messe da parte e trascurate per proteggere altri gruppi», afferma Kaschlik. I luoghi fino a quel momento accessibili sono stati chiusi, le possibilità di contatto limitate, i punti di incontro facilmente raggiungibili controllati dalla polizia.

Molti giovani si sono trovati di fronte a un dilemma, alcuni hanno sofferto di disturbi psichici. Si sono rifugiati nei boschi vicini alla città, nei grandi parchi o al lago. Fare passeggiate, jogging o stare da soli nella natura sono diventati la loro routine. «Le esperienze hanno cambiato le percezioni e le forme di interazione sociale dei giovani», afferma Kaschlik. Alcuni hanno avuto qualche scontro con la polizia. I ricercatori interpretano questa pratica non solo come una forma di protesta, ma anche come una volontà di affermare la propria autonomia d’azione.

Il cinico invito delle autorità

L’invito «Restate a casa!» era un’arma a doppio taglio per i giovani, soprattutto per quelli che, a causa della situazione di ristrettezza domestica, non avevano altra scelta che uscire. Per autisti di autobus e tram, addetti alle pulizie, fornitori e dipendenti di asili nido l’appello era chiaramente fuori luogo: «Alle orecchie di queste persone il motto sarà suonato cinico, perché non potevano restare a casa, anche se lo avessero voluto. Dovevano andare al lavoro», afferma David Kaufmann, professore presso il Dipartimento di edilizia, ambiente e geomatica del Politecnico federale di Zurigo (ETH). L’esperto in scienze politiche ha diretto nel PNR 80 il progetto «Systemrelevante städtische Arbeitskräfte» (Forza lavoro urbana d’importanza sistemica). Con il suo team ha studiato le loro realtà di vita a Zurigo, Ginevra, Basilea, Losanna e Berna. Non sono stati presi in considerazione gli operatori sanitari perché erano già stati al centro dell’attenzione pubblica. In totale, i ricercatori hanno parlato con una cinquantina di persone, tra cui molti migranti, nonché con diciotto esperti.

La maggior parte degli intervistati si sentiva esausta, emarginata e invisibile. Avvertivano la mancanza di un riconoscimento. «Senza i servizi di questi lavoratori la società non funzionerebbe, eppure i vantaggi per loro sono minimi», dice Kaufmann. Hanno salari bassi, lavorano in asili nido e puliscono appartamenti che non possono permettersi. I loro figli sono accuditi dai parenti. Sebbene lavorino nei centri urbani, vivono negli agglomerati, dove trovano alloggi a prezzi accessibili ma spesso scomodi: piccoli, rumorosi e mal isolati.

Eppure, condizioni abitative adeguate sarebbero fondamentali affinché le persone interessate possano riposarsi dopo il lavoro e prendersi cura di sé e degli altri. «Lo spazio abitativo non è solo una struttura fisica, ma una forma di infrastruttura sociale di fondamentale importanza per la cura e la riproduzione», sostiene Kaufmann. Durante la pandemia la situazione della forza lavoro è ulteriormente peggiorata. Quando vi si trovavano, la casa diventava spesso una trappola. Nelle zone in cui gli spazi abitativi erano ristretti, si sono registrati i tassi di contagio più elevati e un aumento dei casi di violenza domestica. «La pandemia non solo ha messo in luce le disuguaglianze e le condizioni di precarietà, ma le ha addirittura accentuate», afferma Kaufmann.

Monitoraggio e gestione delle crisi con i giovani

Quali conclusioni traggono l’esperto in scienze politiche Kaufmann e la ricercatrice urbana Kaschlik dal loro lavoro? Per Kaschlik è chiaro che in futuro dovranno essere coinvolti i rappresentanti delle attività giovanili e della scuola, nonché i giovani stessi: «I giovani con le loro necessità devono essere inclusi nei piani di crisi a tutti i livelli, dalla Confederazione fino alle città e ai Comuni. Solo così i loro interessi saranno presi in considerazione in modo paritario. Nel nuovo piano pandemico della Confederazione, ancora una volta mancano i giovani».

Kaufmann sottolinea che la Svizzera ha bisogno di un migliore «monitoraggio socio-spaziale», ovvero della valutazione dei dati relativi ai diversi ambienti di vita e di lavoro: «Dove si trovano le infrastrutture sociali e gli spazi verdi? Chi ha accesso a questi spazi? Dove vivono molte persone in spazi ristretti?». Questi dati sono disponibili, ma non vengono utilizzati. «La situazione deve cambiare. Così, nella prossima pandemia, si potranno adottare provvedimenti mirati per contenere le infezioni con campagne di informazione, mascherine e interventi nelle scuole». Si spera di non dover sentire più l’appello «Restate a casa!», diffuso indistintamente in tutto il Paese.


Riferimenti:

PNR 80, progetto di ricerca «Städtische Räume für Jugendliche» (Spazi urbani per i giovani)

PNR 80, progetto di ricerca «Systemrelevante städtische Arbeitskräfte» (Forza lavoro urbana d’importanza sistemica)

 

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