Le paure nei confronti dei migranti sono spesso presentate come reazioni spontanee o inevitabili. Ma quanto dipendono davvero dalla presenza dei migranti, e quanto invece dal modo in cui l’integrazione è governata? Un nuovo studio mostra che queste percezioni variano in modo significativo a seconda del contesto politico e istituzionale.
Perché parlare di paura (e di politiche)
Nel dibattito pubblico sull’immigrazione, la paura è spesso data per scontata. I migranti vengono descritti come una minaccia alla sicurezza o come un rischio per l’identità culturale della società di accoglienza. Queste rappresentazioni sono centrali nelle campagne politiche e nel discorso mediatico, ma raramente ci si chiede quanto esse dipendano non solo dalle caratteristiche dei migranti, ma anche dal contesto istituzionale in cui l’immigrazione viene governata. In altre parole: le politiche pubbliche possono influenzare il modo in cui i cittadini percepiscono i migranti? Un’analisi recente sulle politiche di integrazione dei cantoni svizzeri mostra che le differenze istituzionali sono associate a diverse percezioni dei migranti da parte della popolazione, in particolare per quanto riguarda la minaccia culturale e quella legata alla sicurezza (El Khoury, 2025).
La Svizzera come caso di studio
La Svizzera rappresenta un contesto particolarmente adatto per analizzare la relazione tra politiche pubbliche e percezioni dei cittadini. Sebbene la legislazione sull’immigrazione sia definita a livello federale, i cantoni dispongono di un ampio margine di autonomia nella definizione e nell’attuazione delle politiche di integrazione. A seconda del cantone in cui si vive, l’accesso alla cittadinanza, la presenza di misure antidiscriminatorie o le possibilità di partecipazione civica per i residenti stranieri possono essere più o meno inclusive. Questa variazione istituzionale crea contesti di riferimento diversi per la popolazione, consentendo di osservare come specifiche configurazioni di policy si associno a differenti modi di percepire i migranti.
Oltre la teoria della minaccia
Quando si parla di percezioni negative verso i migranti, è importante distinguere tra più dimensioni. Da un lato vi è la minaccia simbolica, che riguarda il timore che i migranti possano mettere in discussione valori, tradizioni e identità culturali. Dall’altro vi è la minaccia realistica, legata soprattutto alla sicurezza e all’idea che l’immigrazione possa aumentare la criminalità o il disordine sociale. Queste due forme di paura non coincidono necessariamente e non rispondono allo stesso modo alle politiche pubbliche. La maggior parte della letteratura interpreta queste percezioni attraverso la intergroup threat theory, secondo cui la paura nasce dalla competizione per risorse materiali o dalla distanza culturale (Blumer, 1958; Stephan et al., 2008). Questa prospettiva è utile per comprendere perché emergano percezioni negative nei confronti dei migranti, ma resta meno adatta a spiegare come tali percezioni possano essere ridotte o trasformate. In altre parole, la teoria della minaccia chiarisce l’origine della paura, ma offre strumenti limitati per comprendere i processi attraverso cui cittadini e migranti possano sviluppare relazioni più inclusive.
È in questo spazio analitico che si inserisce il concetto di solidarietà riflessiva, sviluppato originariamente da Jodi Dean (1995) nell’ambito della teoria politica femminista. A differenza delle forme di solidarietà basate sulla somiglianza o sull’identità condivisa, la solidarietà riflessiva si fonda sul riconoscimento reciproco nella differenza. Non richiede assimilazione né consenso totale, ma la disponibilità a considerare l’altro come parte legittima della comunità politica, anche in presenza di disaccordi. Applicata al contesto migratorio, questa prospettiva consente di spostare l’attenzione dalla gestione della paura alla costruzione delle condizioni che rendono possibile la convivenza. Le politiche di integrazione possono infatti creare contesti istituzionali favorevoli a relazioni più orizzontali tra cittadini e migranti. In questo senso, misure che promuovono uguaglianza giuridica, protezione dalla discriminazione e partecipazione civica non agiscono solo sul piano dei diritti, ma contribuiscono a ridefinire i confini simbolici del “noi”.
Cosa mostrano i risultati
L’analisi empirica combina un esame sistematico delle politiche di integrazione dei 26 cantoni svizzeri con i dati di un sondaggio nazionale condotto nel 2019. Le politiche cantonali sono state valutate in base al loro grado di inclusività in ambiti come l’accesso alla cittadinanza, le misure antidiscriminatorie, i diritti politici e l’integrazione nel mercato del lavoro, mettendo questi elementi in relazione con le percezioni individuali dei cittadini. I risultati delineano un quadro articolato. Nei cantoni in cui sono presenti politiche antidiscriminatorie più forti, i cittadini tendono a percepire i migranti come meno minacciosi dal punto di vista culturale. Questo indica che il riconoscimento istituzionale e la presa di posizione pubblica contro la discriminazione contribuiscono a ridurre la distanza simbolica tra “noi” e “loro”.
L’accesso alla cittadinanza, invece, non incide in modo significativo sulla paura culturale, ma è associato a una riduzione della percezione di insicurezza. Dove la cittadinanza è più inclusiva, i migranti vengono meno spesso collegati all’idea di criminalità, probabilmente perché l’essere cittadini segnala un’appartenenza stabile e una responsabilità condivisa all’interno della comunità (Hainmueller et al., 2017). Più controintuitivo è il ruolo delle politiche di integrazione nel mercato del lavoro. Queste misure non riducono la percezione di minaccia e, in alcuni contesti, la rafforzano. Una possibile spiegazione è che una maggiore visibilità dei migranti nello spazio pubblico e lavorativo renda più salienti le differenze, soprattutto quando il dibattito politico e mediatico rimane polarizzato. Nel complesso, l’analisi suggerisce che le politiche di integrazione incidono più sulle paure simboliche che su quelle legate alla sicurezza.
Quando l’integrazione riguarda tutti
Nel dibattito sull’immigrazione, l’integrazione è spesso trattata come una questione che riguarda esclusivamente i migranti: cosa devono fare, come devono adattarsi, quali requisiti devono soddisfare. I risultati di questo studio suggeriscono invece una prospettiva diversa. Le politiche di integrazione non influenzano solo i percorsi dei migranti, ma contribuiscono anche a plasmare il modo in cui la società di accoglienza li percepisce. In questo senso, l’integrazione non è un processo unidirezionale, ma una dinamica che coinvolge l’intera comunità. Politiche più inclusive non eliminano automaticamente paure e conflitti, ma possono creare le condizioni istituzionali per ridurre la distanza simbolica tra cittadini e migranti, favorendo forme di riconoscimento reciproco. È qui che la solidarietà riflessiva diventa rilevante: non come consenso forzato o assimilazione, ma come capacità di convivere nella differenza all’interno di un quadro di diritti e responsabilità condivise. Guardare all’integrazione da questa prospettiva significa spostare l’attenzione dal “problema dei migranti” al modo in cui le società organizzano la convivenza: le politiche locali, spesso considerate tecniche o marginali, emergono invece come uno spazio centrale in cui si definisce chi appartiene al “noi” e su quali basi.
Riferimenti (in inglese)
Blumer, H. (1958). Race prejudice as a sense of group position. Pacific sociological review, 1(1), 3-7
Dean, J. (1995). Reflective Solidarity. Constellations: An International Journal of Critical & Democratic Theory, 2(1).
El Khoury, C. (2025). Threatened by the “Other”? Swiss integration policies and citizens’ perceptions of migrants through the lens of reflective solidarity. Swiss Political Science Review.
Hainmueller, J., Hangartner, D., & Pietrantuono, G. (2017). Catalyst or crown: Does naturalization promote the long-term social integration of immigrants? American Political Science Review, 111(2), 256–276.
Stephan, W. G., Renfro, C. L., & Davis, M. D. (2008). The role of threat in intergroup relations. In U. Wagner, L. R. Tropp, G. Finchilescu, & C. Tredoux (Eds.), Improving intergroup relations: Building on the legacy of Thomas F. Pettigrew (pp. 55-72). Wiley Blackwell.
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